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Un biglietto di terza classe: la canzone come storia sociale
di Federico Vacalebre
Non sono solo canzonette, ma sangue e sudore dei popoli migranti, sogni e delusioni di disperati ieri imbarcati sui bastimenti, oggi sulle carrette del mare. Sono versi, melodie ed emozioni che raccontano una terra di emigrazione diventata terra di immigrazione. Sono immagini e parole e suoni per non dimenticare, per sperare che non sia già troppo tardi, nonostante la xenofobia dilagante, fuoco su cui soffiano mass media compiacenti e/o scriteriati. È amaro constatare che i figli di Annibale, i nipoti dei milioni di italiani sparsi per il mondo fanno oggi agli altri, gli stranieri, gli extracomunitari, i clandestini, quello che non avrebbero voluto subire mai e invece hanno subito sino agli anni Settanta, sino a quando fame e stenti hanno spinto i nostri avi a cercare la “Merica” dovunque ci fosse un orizzonte diverso, una possibilità di lavoro, fosse pure stagionale. Oggi “lamerica” è sulle nostre coste, ora una “guagliuncella d’Ucraina” piange le sue “lacreme napulitane” e manda i soldi a casa. Oggi cantanti e musicisti tunisini, macedoni, argentini, rumeni, marocchini sono i protagonisti della nuova canzone napoletana: al fianco di Daniele Sepe ed Eugenio Bennato nascono così le nuove brigate internazionali della melodia, contaminata, com’è sempre stata all’ombra del Vesuvio, nonostante l’eterno rimpianto dei “tiempe belle ’e ’na vota” che ci accompagnano dall’era dello Sgruttendio, schiacciandoci verso un’insopportabile eterna nostalgia per un’armonia perduta che non è mai esistita, se non grazie alle creatività di artisti e scrittori. Questa mostra è una storia, un viaggio, un documentario, una sinfonia corale e dolorosa, che non esaurisce certo il tema, ma lo mostra attraverso la particolarissima lente di ingrandimento della canzone, arte povera e per questo democratica, alla portata di tutti, disperati e illetterati compresi. Gli spartiti autografi mai esposti prima, le dediche, le fotografie, le Piedigrotte napoletane e quelle di Broccolino, i 78 giri, i passaporti, le foto ricordo, le lettere spedite a casa, i documenti apparentemente freddi e burocratici e invece capaci di costringerci al groppo in gola, le canzoni a doppio senso, e quelle tutto sesso, la gioia dei poveri, l’ultimo rifugio di chi non ha niente. I materiali del Fondo Bideri, arricchiti per l’occasione di nuovi acquisti e prestiti, in attesa di diventare parte di quel museo della canzone napoletana che nessuno sa spiegare perché ancora non c’è, ci propongono così la più violenta delle madeleine proustiane. Ci ricordano perché non possiamo non dirci tutti migranti, mettono insieme i minatori italiani morti a Marcinelle e il manovale rumeno bruciato dal suo datore di lavoro, italiano anch’esso. Lo fanno perché quelle assurde tragedie sono entrate in canzoni, perché ugole divine hanno scelto di dare voce ai senza voce, ai popoli che salpavano dai porti d’Italia che il fascismo voleva nascondere perché dicevano della povertà della nazione, ai popoli che salpano dai porti del mondo che i nuovi fascisti vorrebbero rimandare a casa nel nome della purezza della razza e della tranquillità casalinga, di un integralismo culturale che ipotizza un mondo dall’immaginario globale e globalizzato in cui vige la libera circolazione delle merci, non delle genti, delle idee, delle culture, dei suoni, dei saperi, dei sapori. Non sono solo canzonette, ma pagine di società in movimento, sofferenze e gioie, tradizioni e innovazioni, ingiustizie e incroci di dna culturale e non solo. La nostalgia melodrammatica è facile da sfottere, come il kitsch di chi tenta di aggrapparsi ad un mondo che non c’è più. Little Italy, ha scritto qualcuno, non è mai stata così piccola e la lobby italiana d’America mai così potente e infastidita per la propria immagine, ridotta da cinema e televisione ad eterna parodia di Cosa Nostra, quasi si trattasse di un marchio unico e indelebile. Uno stereotipo come quello che vuole in Italia gli arabi come stupratori, gli albanesi criminali, la ucraine puttane, le russe rubamariti, i rumeni ladri… Non sono solo canzonette, eppure restano canzoni, alcune leggere e godibilissime, altre perse nel sogno della rivoluzione che non c’è stata. Alcune scritte pensando ai moli dell’addio, altre alle lande dello sbarco. Alcune dettate dallo struggimento per gli esseri amati e la terra lontana, altre dalla nuova vita, bella o brutta che sia stata. Alcune frutto dei più grandi poeti della canzone napoletana (E.A. Mario e Libero Bovio sono primi in questa classifica), altre uscite da hit parade non così lontane: di emigrazione parlavano sul palco di festival di Sanremo così vicini, così lontani, brani come “Che sarà”, “Montagne verdi” e perfino “La solitudine” di una Pausini ancora in erba. Una battuta di Massimo Troisi ci ha ridato l’orgoglio da viaggiatori e/o turisti, di cittadini del mondo, non più condannati ad essere emigranti solo perché napoletani. Le raccolte discografiche di Paquito Del Bosco, gli studi di Savona e Straniero, la militanza di Gian Antonio Stella ci hanno ricordato, qualche volta insegnato, come fosse nato quel luogo comune. E Manu Chao, Ivano Fossati e tanti altri hanno messo in musica i nostri fratelli che guardano il mondo come lo guardavamo noi stupefatti, avviliti, speranzosi, maltrattati, sporchi, malvestiti, ammalati, ammassati sbarcando ad Ellis Island. Siamo tutti clandestini, siamo tutti marocchini, ha ragione Pino Daniele, siamo tutti migranti, e ce ne costa lacreme st’America, che noi cercavamo fuori dall’Italia e che ora qualcuno cerca in Italia. La canzone come arte povera, popolare, democratica. Ma anche la canzone come storia sociale. La canzone come manufatto friabile eppure capace di sfidare il passare del tempo, persino dei secoli. La canzone come economia sociale, suggeriva Attali; come sociologia della società dello spettacolo, insinuava Debord. La canzone come sorpresa che spariglia gli schieramenti politici e/o intellettuali, con Mario Merola a redarguire i concittadini tentati da rigurgiti razzisti: in “L’urdemo emigrante” cantava, duettando col figlio Francesco: “Arrivene d’’o mare / e dinte all’uocchie terre assaje luntane / nun portene bandiere / ma sulo ’na speranza dint’’o core / e quanne vide a tutta chesta gente / me pare ’e veré a me tante anne fa. / Lassave ’o sole e ’o mare inutilmente. / L’America cercave a verità. / Tu ca si’ state ll’urdemo emigrante / me l’hè imparata tu sta verità / sultante Dio po’ giudicà sta ggente”. Da quella canzone, ormai stanco e malato, l’ultimo re della melodia boviana voleva trarre una sceneggiata, sognava diventasse la sua ultima sceneggiata, quasi nell’era dei reality show ci fosse ancora spazio per “la puttana dell’arte”, per dei sentimenti così semplici, netti e immediati quali quelli messi in campo dalle voci e le canzoni e le storie evocate da questa mostra. Come Gianmaria Testa con le canzoni di un suo splendido disco che ascolto scrivendo queste righe, non ho immaginato questa mostra e scritto queste pagine per quei milioni di italiani che la diaspora dell’emigrazione ha sparso per il mondo, e nemmeno per quelle migliaia di africani buttati a mare come zavorra, sacrificati per eliminare la prova del reato. “Partono ’e bastimente” è, con Testa, “per quelli che, come me, stanno da questa parte del mare”. I bastimenti della memoria che torna con queste immagini-storie-suoni sono come l’ultima eco di una coscienza messa a tacere, sono come il flebile, disperato tentativo dell’Italia che è stata di farsi ancora sentire, e capire, e rispettare, dall’Italia che è, che sarà. Ci parlano col tono degli “Italia d’Argentina” di Ivano Fossati: “con l’espressione radiofonica di chi sa che la distanza è grande, la memoria cattiva e nessun tango mai più ci piacerà”. L’ultimo tango di Piedigrotta diventa, allora, l’azzardo di una catalogazione delle decine e decine di canzoni, soprattutto napoletane, che raccontano un’era, un popolo, una nazione. Quando CantaNapoli era industria fiorente e la canzone napoletana era la canzone italiana, artigiani e maestri, poeti e mestieranti, musici dilettanti e compositori sopraffini hanno dedicato tempo e sforzi a mettere su spartito vicende di emigrazione, da ogni punto di vista possibile. Mai omologata, sia pur capace di soddisfare le esigenze di mercato, la canzone napoletana aggira gli obblighi delle censure politiche e delle mode per lasciare emergere le emozioni che ad essa sono sottese, che da essa sono contenute e/o nascoste. Il dramma della partenza, l’addio dettato dalla fame e dalla povertà e dalla paura del futuro, poi il viaggio, l’incognito, gli esorcismi per un futuro migliore e la disperazione e lo spaesamento all’arrivo, e ancora la nostalgia canaglia che idealizza la terra natia, l’entusiasmo e la delusione e la dura realtà della nuova vita iniziata con una cesura, il razzismo vile e poi la promozione sociale, le famiglie divise e/o ricomposte, le razze che si mischiano come il sangue e i sessi e le lingue e i suoni, e i napoletani che fanno gli americani, i tedeschi, gli argentini, i brasiliani, gli svizzeri… E viceversa, quando il pregiudizio cade e i popoli, anzi le persone, si incontrano, si conoscono, si amano, si concedono l’arma dell’ironia e il piacere del sorriso, si prestano canzoni e ricette, scoprono di poter fare insieme l’amore invece che la guerra. Che la differenza è un valore, non un muro, una barriera. Che chi ha paura dell’altro, del “diverso”, dello “straniero”, vive peggio.